” Il delitto Matteotti “: tutti i retroscena nel libro di Mauro Canali

Giacomo MatteottiAd ottantaquattro anni dalla sua scomparsa, oggi Giacomo Matteotti è il nome di una strada o di una piazza, un busto di marmo o un manifesto sbiadito. Un simbolo di moralità talmente fisso da diventare quasi innocuo a causa della viscosa devozione che, nel celebrarla, ha finito per sminuire la portata storica della sua figura. Figura di martire data per scontata, ricettacolo di valori positivi ma svuotata dei suoi reali contenuti politici.

Così per decenni i libri di storia si sono accontentati di imputarne l’omicidio alla ritorsione fascista attuata a seguito del famoso discorso pronunciato alla Camera il 30 maggio 1924, in cui il deputato socialista contestava il risultato elettorale del precedente 6 aprile denunciando i brogli ed il clima di terrore generato dalle violenze degli squadristi. Eppure, stando alle documentazioni portate alla luce da molta storiografia di ieri e di oggi, il delitto Matteotti risulta essere ancora un mistero non risolto, un viluppo di intrighi che potrebbe riscrivere una lunga pagina della nostra storia.

All’inizio degli anni Venti la quota più grossa della distribuzione petrolifera in Italia andava alla società americana Standard Oil of New Jersey, che tramite la filiale Siap ne controllava l’80% del mercato. Operando in un regime di monopolio, la compagnia riusciva a mantenere un livello di prezzo fra i più alti dei paesi importatori, in un periodo in cui nel Paese la richiesta di benzina e derivati del petrolio si faceva sempre più pressante. Nel 1923 però l’Italia divenne terreno di scontro fra la Standard Oil e la Anglo Persian Oil Co., azienda del governo inglese che tramite un accordo con il Ministero delle Finanze, riuscì a scalzare in maniera significativa la concorrente. L’accordo, oltre alla possibilità di esplorazione del suolo nazionale e ad un eventuale sfruttamento dei giacimenti che venissero scoperti, prevedeva forniture di greggio per lo Stato italiano al più basso prezzo possibile. Trattandosi di una situazione molto vantaggiosa per l’Italia, si alzò un polverone quando l’ambasciatore italiano a Washinghton Gelasio Caetani si fece portavoce di un’altra azienda americana, la Sinclair Oil, che il 29 aprile 1924 stipulò inaspettatamente con il Governo di Mussolini una convenzione a costi piu’ alti dell’azienda inglese.

Perché Mussolini accettò condizioni economiche tanto sfavorevoli per il Paese? Perché la conclusione delle trattative, in atto da tempo, venne fatta slittare a dopo le elezioni? Cosa si temeva che venisse scoperto?

Nello stesso anno, dal 18 al 28 aprile, Giacomo Matteotti visitò Bruxelles, Londra e Parigi in gran segreto e clandestinamente. A causa delle frequenti attività antifasciste all’estero, gli era stato infatti ritirato il passaporto. In quei giorni partecipò ad una riunione del Trade Union Congress ed ebbe delle lunghe conversazioni con il Primo Ministro inglese, il laburista Mac Donald, in quel periodo molto preoccupato per le sorti dell’Anglo Persian. Non si conoscono i reali motivi di quel viaggio, ma Mussolini deve averla considerata una faccenda alquanto scomoda se, quattro giorni dopo la morte di Matteotti, inviava un telegramma all’ambasciata italiana a Londra in cui chiedeva che si accertassero con la massima diligenza tutti i particolari della sua visita in Inghilterra. Lo stesso Matteotti, al suo rientro in Italia, confidò in sede privata di essere stato pedinato da Albino Volpi , uno dei suoi futuri sicari, capo degli squadristi di Milano e vecchia conoscenza del Capo del Governo.

Fondamentale per fare luce sulla misteriosa trasferta risulta l’articolo che Matteotti scrisse al suo ritorno per il mensile londinese English Life : Machiavelli, Mussolini and Fascism, pubblicato postumo nel luglio 1924. Si tratta uno dei suoi ultimi scritti e, per quanto sia una testimonianza straordinaria, non è citato nella letteratura matteottiana e gli studiosi ne hanno sempre ignorata l’esistenza. Solo nel 1997 lo storico Mauro Canali ne scopre fra gli atti istruttori una ri-traduzione in italiano che costituisce l’unica prova certa dell’interesse e dei sospetti che Matteotti nutriva intorno alla convenzione con la Sinclair Oil.

Egli esprime il convincimento che la compagnia americana sia associata alla Standard Oil che, tramite l’accordo con il Governo, intenda impossessarsi di tutto il mercato e della produzione petrolifera italiana, in pieno contrasto con gli interessi nazionali. “Noi siamo a conoscenza” – scrive – “di molte gravi irregolarità riguardanti questa concessione. Alti funzionari possono essere accusati di ignobile corruzione e del più vergognoso peculato”. Ancora: “ …disgustoso è il comportamento di molti fascisti di spicco, i quali impongono pesanti tributi a imprese private e semiprivate allo scopo di finanziare giornali fascisti e altre organizzazioni per interesse e profitto personali”. Pare dunque che a Londra egli abbia ricevuto qualcosa di più di generiche informazioni sull’affare Sinclair.

Ora, appurato che la Sinclair Oil, pur dichiarandosi indipendente, agiva effettivamente per conto della Standard Oil, rimane da valutare quali fossero i reali interessi economici del Governo, le irregolarità ed i reati citati da Matteotti. In altre parole: in cambio di cosa Mussolini aveva venduto la produzione e l’appalto del petrolio? La risposta è la più semplice: in cambio di denaro. Moltissimo denaro ed appoggi con tutta l’alta finanza americana che da anni operava in Italia. Una fetta di torta enorme che si sbriciolava fra il Pnf, la neonata Ceka , la stampa fascista ed una lista infinita di faccendieri al servizio di Mussolini. Una macchina da guerra enorme a cui non bastavano più lo squallido traffico di residuati bellici ed i piccoli ricatti con i quali si era alimentata fino ad allora.

È in tale contesto che Matteotti diventa davvero scomodo. Per questo veniva continuamente controllato dalla Ceka, per questo doveva essere ammazzato. In fretta, per giunta. Prima dell’11 giugno, data in cui era previsto il discorso alla Camera con il quale aveva minacciato di sollevare i torbidi affari imbastiti dal Governo. Le sue dichiarazioni non solo avrebbero fatto saltare i piani e molte teste, ma avrebbero fomentato l’opinione pubblica e l’opposizione su una situazione già di per sè poco chiara. In realtà pare che l’omicidio fosse previsto per il 7 giugno ed in territorio straniero per depistare le indagini, evitare il clamore di Roma e non far ricadere le colpe sui fascisti. Un piano studiato nei minimi dettagli. Il segretario socialista aveva infatti richiesto il passaporto per un viaggio a Vienna e questo gli era stato stranamente restituito senza obiezioni. Il 7 giugno, data della sua possibile partenza, l’austriaco Otto Thiershald, una spia della Ceka, viene messo a piantonargli casa. Dagli interrogatori risulta che i killer fossero pronti a seguirlo in treno e ad ucciderlo appena varcato il confine austriaco. Matteotti però non è mai partito e le cose sono andate diversamente.

Alle 16.30 di martedì 10 giugno 1924 Giacomo Matteotti esce dalla propria abitazione di via Pisanelli e si dirige verso la biblioteca della Camera per ultimare il discorso che avrebbe tenuto all’indomani. Si trova sul Lungotevere Arnaldo da Brescia quando viene aggredito dal gruppo della Ceka al comando di Amerigo Dumini, Albino Volpi, Giuseppe Viola, Augusto Malacria, Amleto Poveromo, Filippo Panzeri, Aldo Putato, tutti personaggi molto vicini a Mussolini. La vittima viene picchiata selvaggiamente e caricata in una Lancia Kappa noleggiata da Filippo Filippelli in persona, direttore del “Corriere Italiano”, per conto del Ministero degli Interni. Matteotti riesce a gettare fuori dal finestrino la tessera da deputato, che verrà ritrovata il giorno dopo. Intanto l’auto oltrepassa Ponte Milvio e scompare verso la campagna romana. Il sequestro si svolge in maniera grossolana e molti sono i testimoni. L’ultima segnalazione certa indica la Lancia imboccare a gran velocità la via Flaminia, mentre l’autista suona insistentemente il clacson, forse per coprire le urla.

L’indomani la Camera è sommersa di interrogazioni parlamentari. Le opposizioni chiedono a Mussolini di render conto della scomparsa di Giacomo Matteotti. Il capo del Governo con un brevissimo intervento risponde che farà di tutto perché il Segretario del Partito Socialista Unitario venga ritrovato, in qualunque modo, in qualunque posto. In realtà Mussolini è già stato informato dell’omicidio e la mattina stessa, o addirittura la sera prima, ha ricevuto il passaporto di Matteotti.
Alle 22.00 di quello stesso 12 giugno viene arrestato Amerigo Dumini. Si trova alla stazione di Roma Termini, pronto a partire per Milano, come hanno fatto alcuni dei suoi complici. Il capo della Polizia, De Bono, dopo l’arresto tiene un lungo colloquio privato con Dumini, in cui lo invita a negare ogni cosa con gli inquirenti. Cosa ancora più grave, si fa mandare nel suo ufficio i bagagli di Dumini che, come scoprirà, contengono l’abbigliamento insanguinato di Matteotti e brandelli di tappezzeria dell’auto. Nella notte, convoca per un incontro altri uomini dell’entourage mussoliniano, fra i quali Cesare Rossi, capo del suo ufficio stampa. Durante l’incontro metteranno a punto la strategia da seguire per difendersi e per non coinvolgere il Capo del Governo.

Il 16 agosto 1924 ai bordi di una carbonaia abbandonata in una boscaglia a 150 metri dalla Flaminia, nudo, raggomitolato in una buca poco profonda e malamente ricoperto di foglie, viene ritrovato il cadavere di Giacomo Matteotti. L’avanzamento della decomposizione è tale da rendere inutile l’autopsia. Le deposizioni rese dopo l’arresto dai sequestratori agli inquirenti sono piene di ritrattazioni ed in continua contraddizione con le perizie mediche. Sembra addirittura che gli assassini abbiano spostato più volte i resti per pilotarne poi il ritrovamento. Resta il mistero su cosa sia accaduto a Matteotti dal momento del suo sequestro alla morte.

Di sicuro non è rimasta traccia della valigetta di documenti che Matteotti portava con sé al momento del sequestro. Dumini sostiene di averla bruciata, Poveromo di averla consegnata a Mussolini. Potrebbe averla trovata De Bono la notte del 12 giugno nel bagaglio del Dumini; si dice che proprio De Bono se ne sarebbe ricordato vent’anni dopo al processo di Verona, quando, imprigionato dai nazifascisti per il voto espresso in Gran Consiglio contro il Duce, abbia tentato di mercanteggiarla per aver salva la vita. Non conosceremo mai il contenuto e che fine abbiano fatto quei documenti, probabilmente una delle chiavi di lettura per comprendere il movente. La spiegazione più plausibile è che Mussolini, insieme al passaporto, abbia ricevuto anche tutte le carte sottratte a Matteotti.

Alla fine non esiste alcuna prova tangibile, alcun ordine scritto che faccia risalire a Mussolini la responsabilità dell’omicidio. Alla luce di una seria ricostruzione dei fatti è però anche arduo sostenere il contrario. Così il delitto Matteotti, se da una parte rischia di mettere in crisi il Governo fascista, dall’altra gli permette di andare avanti e diventa l’emblema di quello che sarà il modus operandi del regime. Mentre i carnefici escono ben presto di galera e vengono sontuosamente indennizzati da quello che diventerà il Duce che, con lo stesso tintinnar di monetine metterà a tacere anche la famiglia Matteotti.

E dire che oggi l’imbecillità dei palinsesti ci costringe ancora ad assistere a quell’insopportabile, bonario revisionismo da salotto televisivo che, fra uno stacchetto ed una riunione di nostalgici autorizzati, viene a dirci che, in fondo, prima dell’entrata in guerra il fascismo non ha arrecato danni all’ Italia.

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