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Sally Payen, Forever Run – from one nothing to the next

Si inaugura lunedì 5 luglio 2010 alle ore 19.00, e rimane allestita fino a venerdì 30 luglio, una mostra della pittrice e disegnatrice inglese Sally Payen, a cura di Jaime Jackson, intitolata Forever Run – from one nothing to the next.

“Forever Run – from one nothing to the next (Sempre di corsa – da un nulla all’altro) è la prima serie di un nuovo ciclo di dipinti e disegni di Sally Payen fondato sulla poetica della contestazione e della rivolta. Ciascun’opera della mostra focalizza l’attenzione su particolari luoghi o momenti. Per esempio nei tardi anni Ottanta, quando era studentessa d’arte al Politecnico di Brighton, l’autrice ha partecipato a molte marce di protesta, e alcuni suoi ricordi di quel periodo sono legati al sentimento di forza dell’azione collettiva e alla conseguente euforia capace di determinare cambiamenti. Ma quei ricordi suscitano anche perplessità: come la domanda se la manifestazione di piazza costituisca un momento fugace, un qualcosa di più duraturo o addirittura un nulla. Le opere esposte presso la Galleria Gallerati di Roma sono parzialmente ispirate alle immagini scattate per le strade di Brighton da fotografi di prima linea durante le rivolte dei “mods” e di “rockers” del 1964. L’intenzione dell’arte di Payen è di guardare indietro, per tornare a momenti relativamente recenti: che rivelino – nella forma di insurrezioni e pubbliche proteste – un notevole livello di tensione e drammaticità, e contenuti potenzialmente orientati a favorire svolte sociali. Come disse Focault: “l’attimo dell’erosione, del collasso, della messa in discussione dei fondamenti stessi dello scenario al cui interno un dramma può manifestarsi, crea l’occasione o la possibilità di sviluppo di uno scenario diverso”. La ricerca visiva che anima il processo di creazione delle opere di Payen si snoda su riferimenti fotografici a immagini di manifestazioni e rivolte pubblicate sulla stampa periodica o riproposte online. Il materiale così raccolto diventa poi di seconda mano: ridefinito nei contorni, ritoccato nei colori, scomposto nelle prospettive, proiettato e infine ricreato nella forma di dipinto o di disegno. E la durata di questa successione di fasi è piuttosto lunga, poiché lentamente l’opera comincia a dar vita alla propria energia narrativa, connotandosi come nuovo evento a sé stante.” (Jaime Jackson)

“Pittrice e disegnatrice di salda formazione accademica, evolutasi poi nella tecnica affinando personalissimi procedimenti espressivi e coerentemente orientata, quanto ai contenuti, verso una riflessione su momenti sociali di azione collettiva: l’inglese Sally Payen. I suoi oli su tela o su gesso e gli inchiostri su carta o su pergamena restituiscono perlopiù sagome umane estratte da situazioni visivamente complesse, e rielaborate nelle forme e nelle rese cromatiche secondo uno stile maturo e compatto. Lasciando allo spirito critico dell’osservatore ogni possibile allusione a preconcetti di ordine politico, Payen vuole in realtà invitarci a cogliere le implicazioni psicologiche della partecipazione a movimenti che, nel passato come nel contemporaneo, reagiscono all’ordine costituito; da qualsiasi prospettiva lo si voglia considerare.” (Carlo Gallerati)

Sally Claire Payen vive e lavora in Inghilterra. Laureata in fotografia e disegno presso il Royal College of Arts di Brighton, ha esposto in numerosissime mostre collettive e personali, sia in Gran Bretagna che in altri stati europei. Ha ottenuto ambìti riconoscimenti, il più recente dei quali è stato nel 2008 il Creative Industries Mentor Award per la realizzazione, assieme a Matt Price, di una serie di dipinti intitolata The Falling (la caduta). Sovente ospitata in residenze di studio o di lavoro per commissioni affidatele da istituti di ricerca, sue opere sono state pubblicate su molti libri e cataloghi editi da gallerie private o musei. Di recente è diventata membro dell’Artists Meeting di New York, e in quanto tale ha esposto sue opere a Miami in occasione dell’Artists Meeting – Arts Machine del 2009.

Sally Payen
Forever Run – from one nothing to the next
A cura di Jaime Jackson
Galleria Gallerati (Via Apuania, 55 – Roma – tel. 06.44258243)
Inaugurazione: lunedì 5 luglio 2010, ore 19.00-22.00
Fino a venerdì 30 luglio 2010 (ingresso libero)
Orario: dal lunedì al venerdì: ore 17.00-19.00 / sabato, domenica e fuori orario: su appuntamento
Mezzi pubblici: bus: 61, 62, 93, 310; metro: linea B, fermata Bologna (da Piazza Bologna: 400 m lungo Via Livorno o Via M. di Lando)
Ufficio stampa: Galleria Gallerati
Informazioni: info@galleriagallerati.it, www.galleriagallerati.it, www.sallypayen.info, http://sallypayen.wordpress.com/

Pier Paolo Fassetta – Attesa

Si inaugura giovedì 13 maggio 2010 alle ore 19.00, e rimane allestita fino a lunedì 14 giugno, una mostra di Pier Paolo Fassetta, a cura di Fausto Raschiatore e Valentina Trisolino, intitolata Attesa.

“Attesa è la sintesi di un flusso di sensazioni emotive vissute intensamente dall’autore attraverso il reticolo dell’obiettivo e raccolte in libertà narrativa in stretta sintonia col fluire degli eventi nella loro concretezza sequenziale. Gente che entra, che esce, che sosta, che dialoga, che legge, che riflette, che passeggia, nell’Attesa di capire il senso di una condizione in apparenza non giustificata, sospesa nel tempo, enigmatica e misterica in uno spazio senza nome, senza storia e senza dimensione, tra incertezze e provvisorietà. In realtà è solo una tra le tante condizioni del nostro tempo. Un lavoro che coinvolge e rimanda alla poetica del grande artista americano Edward Hopper. Affascina di questo lavoro la location, ribalta teatrale sui generis, intrigano gli attori chiamati a interpretare ruoli mai assegnati in un sistema di relazioni legate al caso che nascono, vivono e muoiono nello spazio di un momento all’interno delle immagini che l’autore costruisce con la mente e il cuore permeandole della sua sensibilità. Come gli appunti di un diario che permettono di oggettivare la metafora dentro la scena e veicolarne il significante. Un gioco sottile e invisibile per argomentare sull’estetica fotografica, attraverso lo studio delle relazioni in un contesto improvvisato, “scatola magica attraversata da una luce speciale che conferisce a cose e persone una dimensione astratta/simbolica”. Pier Paolo Fassetta elabora, secondo il proprio sentire, un portfolio le cui fotografie, oltre ad avere equilibrio compositivo, hanno un’atmosfera sobria e una trama cromatica di raffinate tonalità linguistiche. Un gioco stimolante sulle potenzialità espressive delle Presenze e delle Relazioni in un non luogo, spazio senza tempo nel quale il fotografo ha mediato, con l’abilità di un regista esperto, ponendosi come loro tramite, alla stregua di un ponte, i cui estremi poggiano su due sponde: il tempo della Presenza e la consistenza della Relazione. L’una a sostegno dell’altra. Considerata nel suo complesso, l’opera è un ventaglio coordinato di punti di vista costruiti e filtrati da una sensibilità speciale, coniugati tra loro da una luce siderea in una trama espressiva in cui confluiscono, armonici e coerenti, segni forme spazi silenzi e sfumature. E’ un continuo fluttuare di manifestazioni spontanee, combinazioni emotive impreviste e microeventi improvvisati, tra astrazioni e realtà. Una serie di rapporti magici che definiscono nuove realtà e disegnano linguaggi inediti e passaggi visivi che vanno oltre la causalità, verso approdi narrativi indefiniti e indefinibili, per questo carichi di fascino e di misteriosi enigmi narrativi.” (Fausto Raschiatore)

“Il lavoro di Pier Paolo Fassetta non può definirsi una mera ricerca fotografica. Il suo percorso artistico ha radici molto più lontane, radicate nelle correnti degli anni Sessanta e Settanta della Land Art e dell’Arte Povera, i cui influssi arrivano nel nord-est italiano, zona d’origine dell’artista, attraverso la Biennale di Venezia e istituzioni di rilevanza internazionale come la Fondazione Bevilacqua-La Masa. Successivamente per Fassetta il mezzo fotografico, da semplice testimone di esperienze artistiche altrimenti perdute, si trasforma in un veicolo perfetto per esprimere le proprie idee, divenendo ideale punto di congiunzione tra analisi linguistica e tecnica, tra teoria e prassi. Un artista completo, dunque, maturo: con un percorso aperto a molteplici esperienze e influenze, rielaborate in un originale linguaggio personale. Non rimanendo ancorato a vecchi stilemi, Pier Paolo Fassetta ha continuato a rinnovare la propria ricerca attraverso una continua analisi, senza pregiudizi e con grande onestà intellettuale. Gli ultimi suoi lavori, di cui fa parte Attesa presentato in questa personale, sono la testimonianza di un ulteriore passo avanti dell’artista. Con immagini dall’effetto simile a quello di singoli frame video rielaborati in post-produzione, l’autore esprime un’inquietudine tutta contemporanea. Come la serie Geometrie Urbane, anche Attesa può definirsi uno sguardo intimo sull’anonimità della vita post-moderna: un’asettica sala d’aspetto diventa teatro di una realtà sfuggevole, in continuo divenire, un trasformarsi ciclico che non porta a una reale conclusione. Così come il presente vissuto da ognuno è testimone della sfrenata ricerca di un qualcosa che non riusciamo mai ad afferrare, la sala d’aspetto è assurta da Fassetta a simbolo di questa inquietudine contemporanea.” (Valentina Trisolino)

Pier Paolo Fassetta (Venezia, 1948) architetto, si dedica da sempre alla ricerca artistica attraverso il mezzo fotografico. Fin dalla giovanissima età i suoi lavori riscuotono l’interesse di critici e osservatori eccellenti del mondo della fotografia e delle arti visive. Dal 1977 una fitta serie di partecipazioni a mostre personali e collettive di pretigio gli vale una certa notorietà, ma soprattutto rafforza in lui l’intenzione di indagare i rapporti tra forma e luce in contesti non più soltanto paesaggistici, bensì di interni. Negli anni Novanta la ricerca fotografica riprende – dopo un periodo dedicato alla progettazione e al design – con nuove applicazioni rese possibili dalla tecnologia digitale. Del 2008 è il saggio Presenze, che raccoglie le espressioni di una modifica del punto di vista e della tecnica di ripresa: adeguati a un concetto di divenire dell’evento nel rispetto dell’autonomia del soggetto. Come anche, da ultimo, nei cicli Geometrie urbane e Attesa, entrambi del 2009, ove le composizioni alludono a singoli fotogrammi di una sequenza e lo spettatore è invitato alla lettura di segnali sfuggenti, ai limiti della decifrabilità.

Pier Paolo Fassetta
Attesa
A cura di Fausto Raschiatore e Valentina Trisolino
Galleria Gallerati (Via Apuania, 55 – Roma – tel. 06.44258243)
Inaugurazione: giovedì 13 maggio 2010, ore 19.00-22.00
Fino a lunedì 14 giugno 2010 (ingresso libero)
Orario: dal lunedì al venerdì: ore 17.00-19.00 / sabato, domenica e fuori orario: su appuntamento
Mezzi pubblici: bus: 61, 62, 93, 310; metro: linea B, fermata Bologna (da Piazza Bologna: 400 m lungo Via Livorno o Via Michele di Lando)
Ufficio stampa: Galleria Gallerati
Informazioni: info@galleriagallerati.it, www.galleriagallerati.it, www.pierpaolofassetta.it

Savina Tarsitano, Dinu Flamând – Le Luci delle Pietre

Il 25 marzo 2010, presso l’Istituto Romeno di Cultura con sede a Berlino, si apre il tour di una mostra itinerante dell’artista italiana Savina Tarsitano e del poeta rumeno Dinu Flamând, con testi critici a cura di Stefano Raimondi, intitolata Le Luci delle Pietre.

Lunedì 26 aprile 2010 la mostra si inaugura presso l’Accademia di Romania in Roma con il patrocinio della Fondazione Bogliasco.

L’evento si svolge in occasione della presentazione dei volumi di poesia di Flamând, Umbre şi faleze (Ombre e falesie, 2010), pubblicato dalla casa editrice Brumar, e La luce delle pietre (2009), pubblicato dalla casa editrice Palomar, illustrati da interpretazioni fotografiche di Savina Tarsitano sul tema delle ombre e tradotti da Giovanni Magliocco.

Il tour è in cooperazione con la Galleria Gallerati di Roma e la Fondazione Italia Domani.

A Berlino e a Roma la mostra è inaugurata in presenza dell’Ambasciatore, Segretario Generale Karl-Erik Norrman del Parlamento Europeo della Cultura, e a Roma anche in presenza del Direttore dello Sviluppo e Pianificazione – Europa della Fondazione Bogliasco Pasquale Pesce e del Professor Giovanni Magliocco dell’Università di Bari.

Savina Tarsitano e Dinun Flamând si sono conosciuti nel 2005 durante il loro soggiorno presso la Fondazione Bogliasco, sulla costa ligure. In questo periodo sono nate le Ombre di Savina più tardi denominate Icone del Caos. Come scrive l’autrice: “le ombre sono mappe di dislocazione, una grammatica delle isole quali strutture di comunicazione ottica. Delle isole è evidente il carattere di luogo di posta rappresentato, oltre che dall’essere appiglio geografico, anche dalle immancabili architetture di avvistamento, dislocate rispetto agli approdi. Ed è questa loro natura di propagatori di energia, a dispetto dell’apparente isolamento, che ha ispirato i miei lavori artistici. Osservando come le rocce, le pietre e i muri siano in balìa delle vicende meteomarine e umane che ne modificano le forme, ho percepito un’energia, come di continui spostamenti della materia nella natura. Da qui il progetto di utilizzare le rocce, i muri di pietra e i lastricati come quadranti su cui proiettare l’ombra di un corpo umano, affinché restituiscano visioni anamorfiche prodotte dalla sovrapposizione di sezioni d’ombra alle diverse rese cromatiche della pietra, dovute a fenomeni chimici naturali. Le ombre mi sono sembrate le forme più adatte: e per quei confini allo stesso tempo evanescenti e densi, che hanno una resa straordinaria sulle venature della roccia, e per quel loro essere misuratori di luce che dicono del tempo, del suo scorrere e della presenza. Dare forma alle rocce, renderle vive, è costruire una mitologia iconografica delle isole fatta di paesaggi dislocati, irrintracciabili su una mappa fedele.”

“La storia delle ombre, ricca di aneddoti e ricerche curiose, è intrecciata con una vastità di studi e discipline che di primo approccio non saremmo portati a considerare: arte, psicologia, astronomia, neurologia sono alcuni dei principali campi in cui l’ombra è diventata oggetto d’analisi e di studio. Ombre come rilievi, ombre mobili, imperiture, intangibili quindi intoccabili. Ombre che scompaiono e ricompaiono improvvisamente senza lasciarsi esplorare. Nella pittura l’importanza assunta dalle ombre sembra andare di pari passi con le fasi artistiche di maggior naturalismo. Escludendo per un attimo l’arte contemporanea non c’è dubbio, come ci spiega Gombrich, che le ombre vengano inizialmente usate dai pittori per produrre effetti di stupefazione e meraviglia attraverso la verosomiglianza che sanno imprimere su un soggetto pittorico. Durante l’umanesimo l’ombra, assieme alla visione prospettica, diventa elemento per modellare lo spazio, sia pittorico che architettonico. Veniamo ad oggi e pensiamo anche solo a una città come New York in cui si è dovuta studiare una legge specifica – la Zoning Law – per evitare ai grattacieli di oscurare con la loro ombra intere strade e isolati. L’ombra è invisibile solo in apparenza, la sua presenza fisica non è meno invasiva di quella dell’oggetto che duplica, a tal punto che oggi non ci meravigliamo più nel considerarla come un segno inamovibile, inscindibile dall’oggetto che che la crea. Ormai l’esistenza della nostra ombra è accettata a tal punto che troviamo un non so che di angoscioso e misterioso in tutto quello che è creato senza ombra. Questi sentimenti di “angoscia”, come ha osservato il celebre psicologo Gustav Jung, si ricollegano al fatto che l’ombra è una controfigura inconscia dell’anima. I lavori proposti da Savina Tarsitano sono un elogio dell’ombra e di conseguenza una magnificazione della luce. L’ombra è metafora di un’isola, presenza irrinunciabile e inamovibile nell’oceano dell’inconscio. Porto privilegiato, di vista e d’attracco, in cui è possibile riflettere su una proiezione di sé stessi, rappresentata ora su muri di pietra, ora su rocce e lastricati. L’ombra si materializza in queste opere come una decalcomania dell’animo proiettata sulla natura circostante. E non è un caso che il mezzo espressivo usato passi dalla pittura alla fotografia. Se in natura non può esistere luce senza ombra, il fotografo nel suo predominio sulle sorgenti luminose può decidere di eliminare ogni ombra dall’oggetto. Savina lo sa, per questo le sue ombre rimandano fortemente alla luce che le crea, ai colori delle isole che mutano col passare del tempo sulla meridiana. È durante questi viaggi che Savina, come Peter Pan, cerca la sua ombra: la natura gliel’ha cucita addosso.” (Stefano Raimondi)

Savina Tarsitano è nata in Calabria nel 1970; attualmente vive e lavora in Germania, presso il Castello di Coswig (Anhalt, nelle vicinanze di Berlino), grazie al progetto europeo Et in Arcadia Ego. Fotografa e pittrice, lavora da diversi anni al progetto artistico L’Isola che vuoi grazie al programma Odissea promosso e gestito dall’Association des Centres Culturels de Rencontre di Parigi (ACCR) con il sostegno del Ministero francese per la Cultura e la Comunicazione, il Museo di Upernavik in Groenlandia, la Fondazione Bogliasco in Italia e il progetto europeo Et in Arcadia Ego. La sua ricerca è incentrata sul concetto di “approdo” e si snoda attraverso soggiorni in luoghi a tema, come le isole, le abbazie, i castelli. Le opere, realizzate con differenti tecniche e linguaggi, assumono la forma di “visioni incarnate” attraverso una relazione con l’ambiente che, al di là dei suoi caratteri manifesti, si configura come territorio visivo. Le opere di Savina Tarsitano sono state esposte in Danimarca, Francia, Martinica, Groenlandia, Italia, Germania, Finlandia, Belgio, Olanda, Stati Uniti (Los Angeles).

Dinu Flamand, è nato nel 1947 a Susenii-Bârgăului (Romania). È stato membro fondatore del cenacolo e della rivista Echinox e, con Adrian Popescu e Ion Mircea, l’esponente più importante del gruppo ‘echinoxista’. Ha debuttato nel 1906 sulla rivista Tribuna, successivamente ha seguito i corsi della Facoltà di Filologia dell’Università Babes-Bolyai di Cluj-Napoca, dove si è laureato nel 1970. Nel 1980 chiede e ottiene asilo politico in Francia, dove denuncia il regime romeno attraverso interviste e articoli. Tra i suoi volumi di poesia più significativi: Apeiron (Apeiron, 1971), Stare de asediu (Stato di assedio, 1983), Viaţă de probă (Vita in prova, 1998), Tags (Tags, 2002) e Frigul intermediar (Il freddo intermedio, 2006). La Luce delle pietre propone una scelta antologica della seconda parte della produzione poetica di Dinu Flamand, che si dirige verso una realtà più solare e apollinea, espressa mediante una lingua lineare e astratta che si concretizza in particolare nelle splendide visioni mediterranee del ciclo Umbre şi faleze (Ombre e falesie, 2009), in cui il poeta fissa la sua parola poetica nella luminosità, quasi metafisica, di elementi ormai pacificati.

Savina Tarsitano, Dinu Flamând, ‘Le Luci delle Pietre’, Accademia di Romania (Roma), in collaborazione con Galleria Gallerati
Savina Tarsitano, Dinu Flamând
Le Luci delle Pietre
A cura di Stefano Raimondi
Con il patrocinio della Fondazione Bogliasco
In collaborazione con la Galleria Gallerati e la Fondazione Italia Domani
Accademia di Romania (Valle Giulia, Piazza José de San Martin, 1 – 00197 Roma)
Inaugurazione: lunedì 26 aprile 2010, ore 19.00-21.00
Fino a giovedì 6 maggio 2010 (ingresso libero)
Orario: dal lunedì al venerdì: ore 10.00-16.00
Ufficio stampa: Galleria Gallerati
Informazioni: info@galleriagallerati.it, www.accadromania.it

Rita Soccio – mARkeT

Si inaugura sabato 10 aprile 2010 alle ore 19.00, e rimane allestita fino a lunedì 10 maggio, una mostra di Rita Soccio, a cura di Chiara Li Volti, intitolata mARkeT.

“Distesa su un letto, avvolta da un elegante vestito di seta verde, intenta, con il suo ricettario in bella mostra, a cucinare per l’amata famiglia e poi al supermercato, impegnata nell’ardua scelta di un detersivo anziché un altro. Potrebbe essere la vita della casalinga perfetta se non fosse che la protagonista impeccabile è in realtà Stella Fossati, sorridente icona indiscussa della pubblicità di un noto prodotto alimentare. Il marito cui si accompagna, al quale serve amorevolmente la cena, è Mastrolindo, personaggio testimonial rubato agli spot sulla pulizia della casa. A far da contorno intervengono l’omino Michelin, il buffo uomo baffuto amante delle patatine saltellanti e il Nostromo esperto in conserve ittiche. Per non parlare di Carmencita, il suo adorato Miguel e il lupo a sei zampe del petrolio. Un corto circuito mnemonico che Rita Soccio provoca nello spettatore della televisione d’antan. I consigli per gli acquisti dell’artista equivalgono a giochi d’azzardo tra icone pubblicitarie, nelle loro irriverenti trasmigrazioni da un mondo marca ad un altro. (S)marcature d’autrice che fanno degli storici loghi degli epitomi di nuova sostanza, ibrida ed estrosa. Ospiti di packaging divertenti, i nuovi brand sono frutto del libero amore tra loghi di differenti mondi di provenienza. Non hanno bisogno di restyling, facendo uso improprio di celebrità del cinema e dello spettacolo attuale, perché loro sono i sempreverde dello spot da trenta secondi ed esistevano da prima che tale diventasse. Protagonisti del trafiletto pubblicitario che portava i bimbi a nanna alla promessa ‘dopo Carosello’, questi intessevano storie, racconti, diventavano must, da condividere e da raccontarsi. Un occhio strizzato al vecchio modo del fare televisione, un gioco, quello di Rita Soccio, in cui il visitatore può farsi coinvolgere e sconvolgere. Tana libera tutti per i marchi d’eccezione, Stella e Mastrolindo coronano il proprio sogno d’amore segnalando il mutare del tempo: sono manager di se stessi, credono nelle pari opportunità di coppia e fanno spesa insieme al supermercato. L’installazione in sede prevede la presentazione degli ibridi prodotti, delle mescolanze fra le ‘razze’, un invito a tastare il falso, congratularsi con il quasi vero e non ricordarsi più del perché di quel ‘quasi’. Piacevole e divertente dislocamento di stereotipi, icone e simboli, per far venir voglia di essere consumatori.” (Chiara Li Volti)

“Tutto, prima o poi, scende a patti col mercato; compresa l’arte. Ma si può giungere a sostenere – con Andy Warhol – che la forma d’arte più nobile e affascinante è proprio quella in sé di vendere? di trasformare oggetti, risorse, idee in denaro? Rita Soccio intende confermare la plausibilità di una simile concezione, ma soprattutto – e qui sta la novità – vuole proporci una sorta di inversione della prospettiva. In un’economia iperglobalizzata che plasma e manovra un pubblico sempre più omologato come massa indistinta di consumatori, l’atto di scegliere compiuto dal singolo compratore sommuove un’energia intellettuale superiore a quella di qualsiasi trovata reclamistica. Sicché, più che la destrezza dei pubblicitari nel vendere, è l’originalità degli acquirenti nel comprare a poter configurare autentiche azioni di natura artistica. Lo rivelano i personaggi degli spot televisivi o delle confezioni industriali saggiamente riscritti nella fotografia e nella pittura dell’autrice. Sembrano proprio suggerircelo a chiare lettere: ‘Se acquisti il prodotto su cui siamo raffigurati sei il solito ‘uno dei tanti non pensante’; se acquisti l’opera che ci raffigura, invece, diventi autore tu stesso: cominci a pensare, e a creare.” (Carlo Gallerati)

Rita Soccio (Pescara, 1971) è un’artista che, muovendo da una ricerca sulla forza evocativa dei ‘personaggi di marca’, pone l’accento sui rapporti fra pubblicità e società, e sullo scambio simbolico fra bisogno e realtà nella comunicazione. Le sue opere di fotografia, pittura e tecniche miste sono state presentate in numerose mostre, sia in spazi espositivi pubblici che in gallerie private. Insegna Progettazione Grafica all’IPCTP di Civitanova Marche e Packaging Design presso l’Università Telematica Unitel di Milano. È autrice e coautrice di diverse pubblicazioni, come La grafica tra marketing e progetto e Disegno grafico e progettazione, editi dalla Clitt di Roma.

Rita Soccio
mARkeT
A cura di Chiara Li Volti
Galleria Gallerati (Via Apuania, 55 – Roma – tel. 06.44258243)
Inaugurazione: sabato 10 aprile 2010, ore 19.00-22.00
Fino a lunedì 10 maggio 2010 (ingresso libero)
Orario: dal lunedì al venerdì: ore 17.00-19.00 / sabato, domenica e fuori orario: su appuntamento
Mezzi pubblici: bus: 61, 62, 93, 310; metro: linea B, fermata Bologna (da Piazza Bologna: 400 m lungo Via Livorno o Via M. di Lando)
Ufficio stampa: Galleria Gallerati
Informazioni: info@galleriagallerati.it, www.galleriagallerati.it

Manuel Colombo, Elisa Girelloni, Ramona Zordini – I look at you… You look at me…

Si inaugura sabato 6 marzo 2010 alle ore 19.00, e rimane allestita fino a martedì 6 aprile, una mostra a cura di Geoffrey Di Giacomo intitolata I look at you… You look at me… con opere dei tre giovani fotografi bresciani Manuel Colombo, Elisa Girelloni e Ramona Zordini.

“I look at you… You look at me… è una mostra di fotografia incentrata sulla flessibilità e dinamicità dello sguardo nelle sue diverse inquadrature e punti di vista. Se per Adorno e Cézanne l’opera d’arte si trova nello sguardo, con I look at you… You look at me… si tenta di estremizzare tale aspetto collocando lo spettatore in questa intersezione, nella propriamente detta ‘visione della rappresentazione’. Manuel Colombo (1972), Elisa Girelloni (1983) e Ramona Zordini (1983) hanno lavorato a lungo sui loro scatti dando vita a una collettiva dall’aspetto inusitato: fotografandosi l’un l’altro in un gioco di raffigurazioni specchianti. L’evento espositivo è di tipo sperimentale, in quanto coesistono due dialoghi paralleli: il primo che si svolge tra gli autori nello spazio bidimensionale della rappresentazione, l’altro nello sconfinamento dell’immagine all’interno della galleria, dove si sviluppa un processo alternativo grazie all’intervento curatoriale. Il corpo è il mezzo con cui gli autori designano una superiorità linguistica volta a trasformare l’esperienza in immagine: si assiste a un’estetica espansiva. Ho notato che questo progetto impone riflessioni sui ruoli nell’arte, in particolar modo nella fotografia artistica: è qui rivisitato il ruolo dell’autore, del soggetto, dell’osservatore e, perché no, del curatore stesso. Pronti a enunciare le loro divergenze stilistiche e metodiche, i fotografi interpretano alcune categorie di persone vestendo le incertezze e le insicurezze dell’uomo contemporaneo. Le immagini derivano da una meditazione nella costruzione scenografica del set scelto: in Girelloni con un tempo lungo e sospeso in ambientazioni esterne, in Zordini e Colombo con un tratteggio formale massiccio della linea corporea marcata con insistenza su uno sfondo volutamente nero ricreato in interni. Gli autori diventano, in questo progetto, attori dell’altro, annullando la passività della fotografia, che viene pensata e lavorata collettivamente. La chiara affermazione dell’Io preme ad affermare la fisicità della propria esistenza vitale: con la mimica dialettica del proprio ruolo all’interno della rappresentazione. Si nota una nobile restituzione all’arte di un dignitoso aspetto lavorativo solidificato dal sincero cammino della ricerca collettiva.” (Geoffrey Di Giacomo)

“Un lavoro di fotografia concepito appositamente per le intenzioni e le dimensioni della galleria: tre autori mettono in scena loro stessi interpretandosi l’un l’altro in chiave intimistica, e un progetto curatoriale studiato nei minimi dettagli diventa installazione site specific di originalissimo vigore. Di nuovo non legga, l’osservatore, il genere introspettivo come spiccia concessione all’autocompiacimento: l’artista è attore al servizio della platea, e il servizio è risvegliare l’intelletto sui significati di gioie e paure, di pulsioni, debolezze e perplessità che quotidianamente attraversano la psiche. Guardare per pensare, allora, come a ogni mostra è normale che sia. E del resto il pubblico si raffina nel tempo da sé: desiste alla lunga chi – saturo di spot televisivi e cartellonistica stradale – ancora indugia davanti a un’opera di fotografia senza cogliere il dislivello ontologico che la solleva su un poster da complemento d’arredo.” (Carlo Gallerati)

Manuel Colombo (Desenzano del Garda (BS), 1972), insegna tecnica e storia della fotografia in corsi e seminari nelle scuole superiori, sue opere sono state pubblicate su riviste e quotidiani di rilievo nazionale, ha esposto in diverse mostre personali e collettive.

Elisa Girelloni (Montichiari (BS), 1983), ha studiato marketing e fotografia, numerose sue fotografie sono state utilizzate come immagini di copertina di prodotti editoriali, nel 2009 ha iniziato l’attività espositiva.

Ramona Zordini (Brescia, 1983), laureata in fotografia, sue opere sono state pubblicate su importanti riviste di arte fotografica, ha ottenuto riconoscimenti di prestigio e ha esposto dal 2007 in varie mostre personali e collettive.

Manuel Colombo, Elisa Girelloni, Ramona Zordini
I look at you… You look at me…
A cura di Geoffrey Di Giacomo
Galleria Gallerati (Via Apuania, 55 – Roma – tel. 06.44258243)
Inaugurazione: sabato 6 marzo 2010, ore 19.00-22.00
Fino a martedì 6 aprile 2010 (ingresso libero)
Orario: dal lunedì al venerdì: ore 17.00-19.00 / sabato, domenica e fuori orario: su appuntamento
Mezzi pubblici: bus: 61, 62, 93, 310; metro: linea B, fermata Bologna (da Piazza Bologna: 400 m lungo Via Livorno o Via Michele di Lando)
Ufficio stampa: Galleria Gallerati
Informazioni: info@galleriagallerati.it, www.galleriagallerati.it

Evento realizzato in collaborazione con NEWLAB (laboratorio fotografico professionale)

Paolo Bini – Opere recenti

Per l’appuntamento annuale con la pittura – dopo il notevole successo riscosso nel novembre 2008 dalle opere della pittrice berlinese Tina Buchholtz – Galleria Gallerati presenta ‘Opere recenti’, una mostra personale di Paolo Binia, a cura di Massimo Bignardi.

“Il passaggio non è stato facile, anzi lento, a volte sofferto, per il timore che si stavano definitivamente slacciando i fili di un legame con il valore della raffigurazione. Paolo Bini, perché delle sue ultime esperienze stiamo parlando, ha lavorato ininterrottamente in quest’ultimo anno spingendo la sua pittura a staccarsi da composizioni che trattenevano frammenti di immagini e di oggetti articolati in spazi a mo’ di scatole sceniche, per rivolgersi a un dettato nel quale, se pur con brevi inflessioni di matrice gestuale, predomina l’emotiva essenzialità del colore. […] Bini ha tentato, poco più di quattro anni fa, di dare un senso alla visione della realtà attraverso la memoria, impaginando i suoi segni-sagome in quelle ‘stanze’ che lui ama definire ‘memoria esterna’. In fondo, il suo interesse era rivolto alla resa di oggetti svuotati del ‘corpo’ – come scrivevo presentando il suo lavoro al Premio Camposauro del 2005 – posizionati “nello spazio della memoria con lo stesso ordine, lo stesso mistero delle bottiglie morandiane”. V’era, però, un margine di indecisione rispetto al colore: non era tanto la reticenza al suo darsi quale dato connotativo, quanto una sofferta necessità di volerlo sentire come dettato di un’emozione profonda, di quella gioia che si legge chiara quando l’artista si lascia andare nei flussi della pittura (lo registriamo in Luogo 30 , in Altra risonanza, piccole tele dello scorso anno), nella costante tensione che lo accende ogni qualvolta si prospetta un’avventura sulla superficie della tela. Come un naufrago che non cerca salvezza, Bini affida al colore i segnali della sua necessità di sentire l’esperienza creativa come identità esistenziale, senza però rinunziare al legame con la viva tradizione della pittura italiana, in particolare con l’area di quell’astrazione lirica che si incunea nelle vicende artistiche del secondo dopoguerra. Guarda a Licini, cercando riparo per le sue forme, oramai solo tracce; poi all’esplosione timbrica del colore luminoso di Afro; infine rilegge l’unità compositiva che viene dagli esiti della Nuova Scuola Romana del decennio Ottanta, soprattutto da Giuseppe Gallo per quanto riguarda le larghe campiture di colore. Nella fitta corrispondenza per e-mail, avviata qualche tempo fa a proposito del colore, Bini mi scriveva: “Il verde negli ultimi tempi è frequente. È presente soprattutto nella seconda fase di stratificazione della materia, quello tra la matita (che copre il bianco del cartone) e il bianco di zinco che smalta la superficie, quasi a formare uno schermo. […] Un’inquietudine, propria di un’aurora, impronta l’odierna pittura di Paolo Bini ed è ben evidente, a mio avviso, in molte delle sue opere recenti: aurora – v’è l’obbligo di una tempestiva precisazione – che non è affrancamento a un’immagine di uno stato d’animo nel quale l’artista riversa gli impasti di umori esistenziali, tanto meno metafora di un’epifania di luce percepita, bensì variante emotiva incuneata, cedendo alla metafora, tra la notte e il giorno, in pratica tra luci di realtà fra loro diverse implicando, quasi sempre, la memoria e la visione.
 L’idea di ‘aurora’ ma, anche, di ‘scintilla’ sono stati temi, spesso, al centro delle lunghe chiacchierate che accompagnavano la fine di ogni lezione; quando, cioè, un gruppo di giovani studenti dell’Accademia di Belle Arti di Napoli, tra questi Paolo, iscritti nei primi del Duemila ai miei corsi di Storia dell’Arte, decidevano di aprire provocatoriamente il confronto con la critica, quella che, bontà loro, ritenevano per certi versi implicata nei fatti dell’arte a noi contemporanea. Non so se fossero loro a tenermi in ostaggio perché interlocutore credibile e, al tempo stesso, disponibile o se, invece, fossi io perché bisognoso di un confronto con una generazione di giovani che, senza iperboli intellettualistiche e lontani dalle mondanità, mettevano al primo posto dei loro sogni l’arte. Fra i temi ricorrenti v’era il valore da dare all’attimo aurorale dell’esperienza creativa: se da un lato li sollecitavo a non cedere al sentimento del ricordo, al tempo stesso cercavo di offrire alla discussione chiarimenti sui concetti di persistenza e di durata – nell’accezione bergsoniana – coesi alla memoria. Cercavo di abbreviare il passo e raggiungere la loro postazione, quella di pittori, di scultori, di scenografi, soprattutto di giovani sobillati da una ‘nuova memoria’ quella dei processori elettronici. 
Le opere che Paolo oggi propone respirano l’aria lieve di quelle ‘chiacchierate’ nel giardino dell’Accademia e, per nostra fortuna, mostrano le perplessità che al tempo si leggevano chiare sul suo volto: l’artista ha, cioè, continuato a guardare la pittura come un’esperienza effettiva del suo essere, tenendo fede al ruolo delle emozioni, conservando la loro essenza di realtà ‘assurde e irrazionali’, ma non per questo irreali.” (Massimo Bignardi)

Paolo Bini è nato nel 1984 a Battipaglia (SA). Nel 2002 ha conseguito il Diploma sezione Accademia al Liceo Artistico Statale C.Levi di Eboli (SA), e nel 2007 la Laurea in Scenografia presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli. Nel 2007 è stato Assistente scenografo presso il Cinespettacolo della Grancia a Brindisi di Montagna (PZ). Nel 2009 è stato Docente esterno come esperto in Scenografia/Arti visive” presso l’Istituto Comprensivo Statale G.Salvemini di Battipaglia (SA). Alla copiosa bibliografia si aggiunge la recente acquisizione di sue opere nella collezione pubblica del FRAC (Fondo Regionale d’Arte Contemporanea) di Baronissi (SA) e in quella del Centro Documentazione Ricerca Artistica Contemporanea Luigi Di Sarro di Roma. Dal 2004 ha esposto in numerose mostre personali e collettive presso istituti e gallerie di varie città italiane (cfr. www.paolobini.it).

Paolo Bini, Opere recenti
A cura di Massimo Bignardi
Galleria Gallerati (Via Apuania, 55 – Roma – tel. 06.44258243)
Inaugurazione: sabato 19 dicembre 2009, ore 19.00-22.00
Fino a venerdì 29 gennaio 2010 (ingresso libero)
Orario: dal lunedì al venerdì: ore 17.00-19.00 / sabato, domenica e fuori orario: su appuntamento
Mezzi pubblici: bus: 61, 62, 93, 310; metro: linea B, fermata Bologna (da Piazza Bologna: 400 m lungo Via Livorno o Via Michele di Lando)
Ufficio stampa: Galleria Gallerati
Informazioni: info@galleriagallerati.it, www.galleriagallerati.it, www.paolobini.it.com

Pietro D’Agostino, ‘Experience #1’

Si inaugura giovedì 5 novembre 2009 alle ore 19.00, e resta allestita fino a venerdì 27 novembre, una mostra di Pietro D’Agostino, a cura di Maurizio G. De Bonis, intitolata Experience #1.

“Esiste una relazione sotterranea, quanto automatica, tra elementi della realtà e casualità architettonica dell’agire della luce? È plausibile l’esistenza di una dimensione “altra” che restituisca al soggetto guardante la possibilità di svincolarsi dal significato del visibile per accedere a un universo non interpretativo ma poeticamente percettivo del reale? Può la fotografia rivelarci ciò che i nostri occhi avvertono ma che il nostro cervello seleziona e scarta per consentirci una vita possibile? La risposta a queste domande è sì, e il lavoro di ricerca che porta avanti Pietro D’Agostino da molti anni ne è la prova. In tal senso, definire “fotografia” il suo campo di azione/ricezione appare assai riduttivo. Ci porterebbe fuori strada. L’autore, infatti, procede attraverso il meccanismo dell’indagine allo stesso tempo metodica, cioè stimolata dal pensiero intelligente, e irrazionale, cioè sospinta da un’istintiva esigenza di investigazione che ha a che fare con la poesia e i significanti piuttosto che con la riflessione teorica finalizzata alla produzione di oggetti artistici. Non c’è alcuna contraddizione in tale atteggiamento, anzi si avverte una coerenza di fondo che raramente è riscontrabile nel panorama contemporaneo. Forse, l’aggettivo più appropriato da accostare alla parola lavoro nell’universo di Pietro D’Agostino dovrebbe essere “filosofico”, piuttosto che banalmente “artistico”. Si avverte nelle sue opere una sorta di visione globale, la presenza di un’istanza percettiva che lo spinge a rintracciare, lì dove esiste già (poiché tutto esiste già), l’inevitabile architettura della luce. Allontanarsi dalla questione contenutistica e avvicinarsi alla registrazione di qualcosa che la nostra psiche elimina per non destabilizzarci è di per sé atto creativo anticonvenzionale, libero da preconcetti e tutto concentrato non a spiegare, quanto a riconoscere ciò che è intorno a noi e che non siamo più in grado di comprendere, poiché ingabbiati nell’ossessione del messaggio codificato.

La fotografia psuedo-astratta di D’Agostino, dunque, è il rovescio della medaglia della raffigurazione della natura che ha rappresentato negli ultimi tempi un rinnovato territorio di ricerca. Accostare un’immagine “casuale” alla rappresentazione della fitta vegetazione della campagna romana non è operazione ardita ma certificazione di una potente multi-direzionalità e ricettività dello sguardo, della presenza del fotografo nel mondo e della sua esigenza di divenire un radar puntato sull’esistente visibile/invisibile. L’autore non interpreta, non rappresenta, non cerca, semmai trova gli stessi elementi architettonici nell’azione della luce sugli oggetti e nel vorticoso e insensato aggrovigliarsi della natura in se stessa. Si potrebbe definire la sua impostazione di tipo musicale, poiché le sue immagini vanno lette esattamente come si farebbe con uno spartito, come la fusione sinfonica di vari elementi che coniugandosi evocano una trama, nella quale forme, scie, ombre, luce ricordano al nostro sguardo che il suo campo d’azione è estremamente limitato e che in natura tutto è già “scritto”, pronto a essere fotografato. Era così inevitabile che il suo percorso sfociasse in alcuni linguaggi paralleli alla fotografia. In primo luogo nel video, che nell’universo dell’autore perde la sua connotazione di mero dispositivo per divenire appunto “nuovo territorio linguistico”. In secondo luogo, nell’edificazione di oggetti il cui scopo è quello di far emergere in forma tridimensionale un’architettura di luce esistente ma non percepibile.

D’Agostino sembra essersi collocato in una dimensione di ricerca quasi scientifica che però non intende scoprire nulla, semmai vuole spingere lo sguardo lì dove le convenzioni umane hanno posto un tabù, lì dove una certa impostazione culturale ha collocato il sacro sottraendolo alla sensibilità umana. Dunque, la sua azione risulta puramente sovversiva e tendente a mostrare qualcosa che si avvicina più possibile all’emersione dell’enigma dell’esistenza. Il suo sguardo punta dritto alla reale essenza degli effetti visibili/invisibili della luce, nella consapevolezza che il suo atteggiamento è al centro di un paradosso, di una sana contraddizione. E se è vero che il suo procedimento creativo frutto di un meccanismo di desacralizzazione del mondo, per cui la sfera espressiva diviene territorio di registrazione di eventi percepiti dallo sguardo dell’individuo in modo automatico, è altrettanto certo che il percorso intellettuale che l’ha portato a operare in tal senso è denso della sua umanità, del suo inseguire sensazioni interiori attraverso il pensiero fotografico, della sua connaturata esigenza di condivisione. In sostanza, il suo agire fotografico appare contrario alla mitizzazione della figura dell’artista demiurgo e costruttore, che inventa dal nulla, e fa emergere con forza un’idea dell’artista come individuo, il quale all’interno del processo intellettuale diviene corpo sensibile alle esperienze, materiale organico plasmabile dalla natura stessa.

D’Agostino inverte il processo di disumanizzazione dell’arte umanizzando la procedura creativa e riportando l’uomo, inteso come essere ricettivo e carico del suo bagaglio esistenziale, al centro del senso del fare arte. Usando una formula paradossale si potrebbe affermare che non è il fotografo a catturare la luce e a raffigurare la natura, ma sono la luce e la natura che fotografano il suo sguardo. Le immagini, i video e i cubi trasparenti che fanno parte del suo universo espressivo sono estranei al tempo e allo spazio. Ci parlano del rapporto tra essere umano e natura, tra sguardo e realtà, tra razionalità e inconscio, tra fare mitizzato/sacralizzato e fare umanizzato. Le sue opere sono e nulla più, così come sono e nulla più anche le opere non percepibili, quelle invisibili ai nostri occhi, quelle che l’autore potrebbe trovare nel suo cammino ma che per motivi imperscrutabili non rintraccerà mai. Nelle sue fotografie la luce finisce per farsi oggetto, allo stesso tempo spiegabile attraverso valutazioni tecnico/scientifiche, e inspiegabile, perché sintomo nascosto dell’estrema stratificazione del senso di ogni cosa, della natura, della vita stessa. In tale complesso approccio visuale si annida una poesia destabilizzante e acuta, perfino dolorosa per la nostra mente, una poesia visiva che rivela un sentiero sconcertante la cui conclusione probabilmente non esiste.” (Maurizio G. De Bonis)

Pietro D’Agostino vive nei pressi di Roma dove è nato nel 1958. Fotografo professionista dal 1982. Matura un rapporto intimo e inconscio con la luce usandola, attraverso il dispositivo fotografico e ultimamente con il video, come strumento di indagine e di espressione. Nel 1998, assieme a Nicola Forenza e Alessandro Vescovo, da inizio al progetto del gruppo Pan-ikon con l’intento di rilanciare potenzialità inespresse ed evidenziare capacità espressive specifiche della fotografia. Inizia nel 2001 una collaborazione con la redazione della rivista on-line www.cultframe.com. Ha partecipato a varie iniziative performative con musicisti di area sperimentale, tra i quali Marco Ariano, Elio Martusciello, Gianfranco Tedeschi, Vincent Courtois, Roberto Bellatalla, con i poeti Marco Giovenale, Sara Ventroni, Prisca Agustoni e con la danzatrice Alessandra Cristiani.

Pietro D’Agostino, Experience #1
A cura di Maurizio G. De Bonis
Galleria Gallerati (Via Apuania, 55 – Roma – tel. 06.44258243)
Inaugurazione: giovedì 5 novembre 2009, ore 19.00-22.00
Fino a venerdì 27 novembre 2009 (ingresso libero)
Orario: dal lunedì al venerdì: ore 17.00-19.00 / sabato, domenica e fuori orario: su appuntamento
Mezzi pubblici: bus: 61, 62, 93, 310; metro: linea B, fermata Bologna (da Piazza Bologna: 400 m lungo Via Livorno o Via Michele di Lando)
Ufficio stampa: Galleria Gallerati
Informazioni: info@galleriagallerati.it, www.galleriagallerati.it, www.pietrodagostino.com

Eva Tomei, ‘Al mare’

Dal 29 maggio al 2 agosto 2009 si svolge l’ottava edizione di FotoGrafia – Festival Internazionale di Roma,
promosso dall’ Assessorato alle Politiche Culturali e della Comunicazione del Comune di Roma,
prodotto da Zoneattive, con il sostegno di Baume & Mercier e con la direzione artistica di Marco Delogu.

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Günter Hoffmann, ‘U-Bahn’

Si inaugura mercoledì 8 aprile 2009 alle ore 19.00, e resta allestita fino a giovedì 30 aprile, una mostra di opere del fotografo Günter Hoffmann, a cura di Birgit Biechele e Cédric Janowicz, intitolata U-Bahn.

“Günter Hoffmann, fotografo da sempre, costruisce la propria identità di artista grazie a una riflessione costante e metodica sul tema dell’urbanismo. Oggetto privilegiato della sua attenzione sono da alcuni anni le stazioni delle metropolitane, con le loro forme ogni volta studiate alla ricerca del connubio perfetto tra vincoli strutturali e esigenze estetiche. La ferrovia sotterranea – che nella lingua madre dell’autore è la tedesca U-Bahn – si pone come allettante alternativa non solo al quotidiano fluire degli spostamenti urbani di superficie, ma anche al naturale modo umano di concepire, percepire e infine contemplare lo spazio e il tempo. Il pregevole montaggio in plexiglass Diasec delle dodici stampe Lambda presentate in mostra arricchisce le immagini di un’energia luminosa e cromatica di effetto estremamente suggestivo.” (Carlo Gallerati)

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Mostra collettiva a Roma – 06 Collection

Nell’ambito di Roma Art Weekend, evento promosso dall’Associazione Roma Contemporary col patrocinio dell’Assessorato alle Politiche Culturali e della Sovrintendenza ai Beni Culturali del Comune di Roma, Galleria Gallerati presenta 06 Collection, una mostra collettiva di autori del gruppo 06.

La mostra si inaugura venerdì 10 ottobre 2008 dalle ore 19.00 alle 24.00, e resta allestita fino a venerdì 31 ottobre.

Per Roma Art Weekend, la galleria rimane aperta anche dalle 19.00 alle 24.00 di sabato 11 e domenica 12 ottobre.

La mostra comprende un’antologia delle opere già esposte nelle prime due edizioni della rassegna Fuori, per l’occasione chieste in prestito ai possessori, e un’anteprima di lavori inediti che saranno presentati il prossimo dicembre con Fuori 3.

Questi gli autori partecipanti, con una o due opere ciascuno: Francesco Belli, Paola Casali, Agostino Cernilli, Maurizio Cintioli, Giulio Conti, Camillo Di Tullio, Carlo Gallerati, Alessandro Lanza, Vincenzo Monticelli Cuggiò, Luca Spagnolo.