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Paolo Bini – Opere recenti

Per l’appuntamento annuale con la pittura – dopo il notevole successo riscosso nel novembre 2008 dalle opere della pittrice berlinese Tina Buchholtz – Galleria Gallerati presenta ‘Opere recenti’, una mostra personale di Paolo Binia, a cura di Massimo Bignardi.

“Il passaggio non è stato facile, anzi lento, a volte sofferto, per il timore che si stavano definitivamente slacciando i fili di un legame con il valore della raffigurazione. Paolo Bini, perché delle sue ultime esperienze stiamo parlando, ha lavorato ininterrottamente in quest’ultimo anno spingendo la sua pittura a staccarsi da composizioni che trattenevano frammenti di immagini e di oggetti articolati in spazi a mo’ di scatole sceniche, per rivolgersi a un dettato nel quale, se pur con brevi inflessioni di matrice gestuale, predomina l’emotiva essenzialità del colore. […] Bini ha tentato, poco più di quattro anni fa, di dare un senso alla visione della realtà attraverso la memoria, impaginando i suoi segni-sagome in quelle ‘stanze’ che lui ama definire ‘memoria esterna’. In fondo, il suo interesse era rivolto alla resa di oggetti svuotati del ‘corpo’ – come scrivevo presentando il suo lavoro al Premio Camposauro del 2005 – posizionati “nello spazio della memoria con lo stesso ordine, lo stesso mistero delle bottiglie morandiane”. V’era, però, un margine di indecisione rispetto al colore: non era tanto la reticenza al suo darsi quale dato connotativo, quanto una sofferta necessità di volerlo sentire come dettato di un’emozione profonda, di quella gioia che si legge chiara quando l’artista si lascia andare nei flussi della pittura (lo registriamo in Luogo 30 , in Altra risonanza, piccole tele dello scorso anno), nella costante tensione che lo accende ogni qualvolta si prospetta un’avventura sulla superficie della tela. Come un naufrago che non cerca salvezza, Bini affida al colore i segnali della sua necessità di sentire l’esperienza creativa come identità esistenziale, senza però rinunziare al legame con la viva tradizione della pittura italiana, in particolare con l’area di quell’astrazione lirica che si incunea nelle vicende artistiche del secondo dopoguerra. Guarda a Licini, cercando riparo per le sue forme, oramai solo tracce; poi all’esplosione timbrica del colore luminoso di Afro; infine rilegge l’unità compositiva che viene dagli esiti della Nuova Scuola Romana del decennio Ottanta, soprattutto da Giuseppe Gallo per quanto riguarda le larghe campiture di colore. Nella fitta corrispondenza per e-mail, avviata qualche tempo fa a proposito del colore, Bini mi scriveva: “Il verde negli ultimi tempi è frequente. È presente soprattutto nella seconda fase di stratificazione della materia, quello tra la matita (che copre il bianco del cartone) e il bianco di zinco che smalta la superficie, quasi a formare uno schermo. […] Un’inquietudine, propria di un’aurora, impronta l’odierna pittura di Paolo Bini ed è ben evidente, a mio avviso, in molte delle sue opere recenti: aurora – v’è l’obbligo di una tempestiva precisazione – che non è affrancamento a un’immagine di uno stato d’animo nel quale l’artista riversa gli impasti di umori esistenziali, tanto meno metafora di un’epifania di luce percepita, bensì variante emotiva incuneata, cedendo alla metafora, tra la notte e il giorno, in pratica tra luci di realtà fra loro diverse implicando, quasi sempre, la memoria e la visione.
 L’idea di ‘aurora’ ma, anche, di ‘scintilla’ sono stati temi, spesso, al centro delle lunghe chiacchierate che accompagnavano la fine di ogni lezione; quando, cioè, un gruppo di giovani studenti dell’Accademia di Belle Arti di Napoli, tra questi Paolo, iscritti nei primi del Duemila ai miei corsi di Storia dell’Arte, decidevano di aprire provocatoriamente il confronto con la critica, quella che, bontà loro, ritenevano per certi versi implicata nei fatti dell’arte a noi contemporanea. Non so se fossero loro a tenermi in ostaggio perché interlocutore credibile e, al tempo stesso, disponibile o se, invece, fossi io perché bisognoso di un confronto con una generazione di giovani che, senza iperboli intellettualistiche e lontani dalle mondanità, mettevano al primo posto dei loro sogni l’arte. Fra i temi ricorrenti v’era il valore da dare all’attimo aurorale dell’esperienza creativa: se da un lato li sollecitavo a non cedere al sentimento del ricordo, al tempo stesso cercavo di offrire alla discussione chiarimenti sui concetti di persistenza e di durata – nell’accezione bergsoniana – coesi alla memoria. Cercavo di abbreviare il passo e raggiungere la loro postazione, quella di pittori, di scultori, di scenografi, soprattutto di giovani sobillati da una ‘nuova memoria’ quella dei processori elettronici. 
Le opere che Paolo oggi propone respirano l’aria lieve di quelle ‘chiacchierate’ nel giardino dell’Accademia e, per nostra fortuna, mostrano le perplessità che al tempo si leggevano chiare sul suo volto: l’artista ha, cioè, continuato a guardare la pittura come un’esperienza effettiva del suo essere, tenendo fede al ruolo delle emozioni, conservando la loro essenza di realtà ‘assurde e irrazionali’, ma non per questo irreali.” (Massimo Bignardi)

Paolo Bini è nato nel 1984 a Battipaglia (SA). Nel 2002 ha conseguito il Diploma sezione Accademia al Liceo Artistico Statale C.Levi di Eboli (SA), e nel 2007 la Laurea in Scenografia presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli. Nel 2007 è stato Assistente scenografo presso il Cinespettacolo della Grancia a Brindisi di Montagna (PZ). Nel 2009 è stato Docente esterno come esperto in Scenografia/Arti visive” presso l’Istituto Comprensivo Statale G.Salvemini di Battipaglia (SA). Alla copiosa bibliografia si aggiunge la recente acquisizione di sue opere nella collezione pubblica del FRAC (Fondo Regionale d’Arte Contemporanea) di Baronissi (SA) e in quella del Centro Documentazione Ricerca Artistica Contemporanea Luigi Di Sarro di Roma. Dal 2004 ha esposto in numerose mostre personali e collettive presso istituti e gallerie di varie città italiane (cfr. www.paolobini.it).

Paolo Bini, Opere recenti
A cura di Massimo Bignardi
Galleria Gallerati (Via Apuania, 55 – Roma – tel. 06.44258243)
Inaugurazione: sabato 19 dicembre 2009, ore 19.00-22.00
Fino a venerdì 29 gennaio 2010 (ingresso libero)
Orario: dal lunedì al venerdì: ore 17.00-19.00 / sabato, domenica e fuori orario: su appuntamento
Mezzi pubblici: bus: 61, 62, 93, 310; metro: linea B, fermata Bologna (da Piazza Bologna: 400 m lungo Via Livorno o Via Michele di Lando)
Ufficio stampa: Galleria Gallerati
Informazioni: info@galleriagallerati.it, www.galleriagallerati.it, www.paolobini.it.com

Pietro D’Agostino, ‘Experience #1’

Si inaugura giovedì 5 novembre 2009 alle ore 19.00, e resta allestita fino a venerdì 27 novembre, una mostra di Pietro D’Agostino, a cura di Maurizio G. De Bonis, intitolata Experience #1.

“Esiste una relazione sotterranea, quanto automatica, tra elementi della realtà e casualità architettonica dell’agire della luce? È plausibile l’esistenza di una dimensione “altra” che restituisca al soggetto guardante la possibilità di svincolarsi dal significato del visibile per accedere a un universo non interpretativo ma poeticamente percettivo del reale? Può la fotografia rivelarci ciò che i nostri occhi avvertono ma che il nostro cervello seleziona e scarta per consentirci una vita possibile? La risposta a queste domande è sì, e il lavoro di ricerca che porta avanti Pietro D’Agostino da molti anni ne è la prova. In tal senso, definire “fotografia” il suo campo di azione/ricezione appare assai riduttivo. Ci porterebbe fuori strada. L’autore, infatti, procede attraverso il meccanismo dell’indagine allo stesso tempo metodica, cioè stimolata dal pensiero intelligente, e irrazionale, cioè sospinta da un’istintiva esigenza di investigazione che ha a che fare con la poesia e i significanti piuttosto che con la riflessione teorica finalizzata alla produzione di oggetti artistici. Non c’è alcuna contraddizione in tale atteggiamento, anzi si avverte una coerenza di fondo che raramente è riscontrabile nel panorama contemporaneo. Forse, l’aggettivo più appropriato da accostare alla parola lavoro nell’universo di Pietro D’Agostino dovrebbe essere “filosofico”, piuttosto che banalmente “artistico”. Si avverte nelle sue opere una sorta di visione globale, la presenza di un’istanza percettiva che lo spinge a rintracciare, lì dove esiste già (poiché tutto esiste già), l’inevitabile architettura della luce. Allontanarsi dalla questione contenutistica e avvicinarsi alla registrazione di qualcosa che la nostra psiche elimina per non destabilizzarci è di per sé atto creativo anticonvenzionale, libero da preconcetti e tutto concentrato non a spiegare, quanto a riconoscere ciò che è intorno a noi e che non siamo più in grado di comprendere, poiché ingabbiati nell’ossessione del messaggio codificato.

La fotografia psuedo-astratta di D’Agostino, dunque, è il rovescio della medaglia della raffigurazione della natura che ha rappresentato negli ultimi tempi un rinnovato territorio di ricerca. Accostare un’immagine “casuale” alla rappresentazione della fitta vegetazione della campagna romana non è operazione ardita ma certificazione di una potente multi-direzionalità e ricettività dello sguardo, della presenza del fotografo nel mondo e della sua esigenza di divenire un radar puntato sull’esistente visibile/invisibile. L’autore non interpreta, non rappresenta, non cerca, semmai trova gli stessi elementi architettonici nell’azione della luce sugli oggetti e nel vorticoso e insensato aggrovigliarsi della natura in se stessa. Si potrebbe definire la sua impostazione di tipo musicale, poiché le sue immagini vanno lette esattamente come si farebbe con uno spartito, come la fusione sinfonica di vari elementi che coniugandosi evocano una trama, nella quale forme, scie, ombre, luce ricordano al nostro sguardo che il suo campo d’azione è estremamente limitato e che in natura tutto è già “scritto”, pronto a essere fotografato. Era così inevitabile che il suo percorso sfociasse in alcuni linguaggi paralleli alla fotografia. In primo luogo nel video, che nell’universo dell’autore perde la sua connotazione di mero dispositivo per divenire appunto “nuovo territorio linguistico”. In secondo luogo, nell’edificazione di oggetti il cui scopo è quello di far emergere in forma tridimensionale un’architettura di luce esistente ma non percepibile.

D’Agostino sembra essersi collocato in una dimensione di ricerca quasi scientifica che però non intende scoprire nulla, semmai vuole spingere lo sguardo lì dove le convenzioni umane hanno posto un tabù, lì dove una certa impostazione culturale ha collocato il sacro sottraendolo alla sensibilità umana. Dunque, la sua azione risulta puramente sovversiva e tendente a mostrare qualcosa che si avvicina più possibile all’emersione dell’enigma dell’esistenza. Il suo sguardo punta dritto alla reale essenza degli effetti visibili/invisibili della luce, nella consapevolezza che il suo atteggiamento è al centro di un paradosso, di una sana contraddizione. E se è vero che il suo procedimento creativo frutto di un meccanismo di desacralizzazione del mondo, per cui la sfera espressiva diviene territorio di registrazione di eventi percepiti dallo sguardo dell’individuo in modo automatico, è altrettanto certo che il percorso intellettuale che l’ha portato a operare in tal senso è denso della sua umanità, del suo inseguire sensazioni interiori attraverso il pensiero fotografico, della sua connaturata esigenza di condivisione. In sostanza, il suo agire fotografico appare contrario alla mitizzazione della figura dell’artista demiurgo e costruttore, che inventa dal nulla, e fa emergere con forza un’idea dell’artista come individuo, il quale all’interno del processo intellettuale diviene corpo sensibile alle esperienze, materiale organico plasmabile dalla natura stessa.

D’Agostino inverte il processo di disumanizzazione dell’arte umanizzando la procedura creativa e riportando l’uomo, inteso come essere ricettivo e carico del suo bagaglio esistenziale, al centro del senso del fare arte. Usando una formula paradossale si potrebbe affermare che non è il fotografo a catturare la luce e a raffigurare la natura, ma sono la luce e la natura che fotografano il suo sguardo. Le immagini, i video e i cubi trasparenti che fanno parte del suo universo espressivo sono estranei al tempo e allo spazio. Ci parlano del rapporto tra essere umano e natura, tra sguardo e realtà, tra razionalità e inconscio, tra fare mitizzato/sacralizzato e fare umanizzato. Le sue opere sono e nulla più, così come sono e nulla più anche le opere non percepibili, quelle invisibili ai nostri occhi, quelle che l’autore potrebbe trovare nel suo cammino ma che per motivi imperscrutabili non rintraccerà mai. Nelle sue fotografie la luce finisce per farsi oggetto, allo stesso tempo spiegabile attraverso valutazioni tecnico/scientifiche, e inspiegabile, perché sintomo nascosto dell’estrema stratificazione del senso di ogni cosa, della natura, della vita stessa. In tale complesso approccio visuale si annida una poesia destabilizzante e acuta, perfino dolorosa per la nostra mente, una poesia visiva che rivela un sentiero sconcertante la cui conclusione probabilmente non esiste.” (Maurizio G. De Bonis)

Pietro D’Agostino vive nei pressi di Roma dove è nato nel 1958. Fotografo professionista dal 1982. Matura un rapporto intimo e inconscio con la luce usandola, attraverso il dispositivo fotografico e ultimamente con il video, come strumento di indagine e di espressione. Nel 1998, assieme a Nicola Forenza e Alessandro Vescovo, da inizio al progetto del gruppo Pan-ikon con l’intento di rilanciare potenzialità inespresse ed evidenziare capacità espressive specifiche della fotografia. Inizia nel 2001 una collaborazione con la redazione della rivista on-line www.cultframe.com. Ha partecipato a varie iniziative performative con musicisti di area sperimentale, tra i quali Marco Ariano, Elio Martusciello, Gianfranco Tedeschi, Vincent Courtois, Roberto Bellatalla, con i poeti Marco Giovenale, Sara Ventroni, Prisca Agustoni e con la danzatrice Alessandra Cristiani.

Pietro D’Agostino, Experience #1
A cura di Maurizio G. De Bonis
Galleria Gallerati (Via Apuania, 55 – Roma – tel. 06.44258243)
Inaugurazione: giovedì 5 novembre 2009, ore 19.00-22.00
Fino a venerdì 27 novembre 2009 (ingresso libero)
Orario: dal lunedì al venerdì: ore 17.00-19.00 / sabato, domenica e fuori orario: su appuntamento
Mezzi pubblici: bus: 61, 62, 93, 310; metro: linea B, fermata Bologna (da Piazza Bologna: 400 m lungo Via Livorno o Via Michele di Lando)
Ufficio stampa: Galleria Gallerati
Informazioni: info@galleriagallerati.it, www.galleriagallerati.it, www.pietrodagostino.com

Eva Tomei, ‘Al mare’

Dal 29 maggio al 2 agosto 2009 si svolge l’ottava edizione di FotoGrafia – Festival Internazionale di Roma,
promosso dall’ Assessorato alle Politiche Culturali e della Comunicazione del Comune di Roma,
prodotto da Zoneattive, con il sostegno di Baume & Mercier e con la direzione artistica di Marco Delogu.

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Günter Hoffmann, ‘U-Bahn’

Si inaugura mercoledì 8 aprile 2009 alle ore 19.00, e resta allestita fino a giovedì 30 aprile, una mostra di opere del fotografo Günter Hoffmann, a cura di Birgit Biechele e Cédric Janowicz, intitolata U-Bahn.

“Günter Hoffmann, fotografo da sempre, costruisce la propria identità di artista grazie a una riflessione costante e metodica sul tema dell’urbanismo. Oggetto privilegiato della sua attenzione sono da alcuni anni le stazioni delle metropolitane, con le loro forme ogni volta studiate alla ricerca del connubio perfetto tra vincoli strutturali e esigenze estetiche. La ferrovia sotterranea – che nella lingua madre dell’autore è la tedesca U-Bahn – si pone come allettante alternativa non solo al quotidiano fluire degli spostamenti urbani di superficie, ma anche al naturale modo umano di concepire, percepire e infine contemplare lo spazio e il tempo. Il pregevole montaggio in plexiglass Diasec delle dodici stampe Lambda presentate in mostra arricchisce le immagini di un’energia luminosa e cromatica di effetto estremamente suggestivo.” (Carlo Gallerati)

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Mostra collettiva a Roma – 06 Collection

Nell’ambito di Roma Art Weekend, evento promosso dall’Associazione Roma Contemporary col patrocinio dell’Assessorato alle Politiche Culturali e della Sovrintendenza ai Beni Culturali del Comune di Roma, Galleria Gallerati presenta 06 Collection, una mostra collettiva di autori del gruppo 06.

La mostra si inaugura venerdì 10 ottobre 2008 dalle ore 19.00 alle 24.00, e resta allestita fino a venerdì 31 ottobre.

Per Roma Art Weekend, la galleria rimane aperta anche dalle 19.00 alle 24.00 di sabato 11 e domenica 12 ottobre.

La mostra comprende un’antologia delle opere già esposte nelle prime due edizioni della rassegna Fuori, per l’occasione chieste in prestito ai possessori, e un’anteprima di lavori inediti che saranno presentati il prossimo dicembre con Fuori 3.

Questi gli autori partecipanti, con una o due opere ciascuno: Francesco Belli, Paola Casali, Agostino Cernilli, Maurizio Cintioli, Giulio Conti, Camillo Di Tullio, Carlo Gallerati, Alessandro Lanza, Vincenzo Monticelli Cuggiò, Luca Spagnolo.